Warning: filemtime() [function.filemtime]: stat failed for /home/muve/public_html/cadoro/wp-content/uploads/2012/07/07-GiorgioneGioPonti-A3-ita.pdf in /home/w2w2u9pt/public_html/www.cadoro.org/wp/wp-content/plugins/eg-attachments/inc/eg-attachments-public.inc.php on line 557

 

Venezia – Due donne, forse solo apparentemente molto diverse tra loro, fanno capolino nella sontuosa dimora del Barone Giorgio Franchetti, la Ca’ d’Oro, a Venezia, e, l’una accanto all’altra, discretamente, fanno bella mostra di sé nel portego al primo piano del palazzo, poste sopra un semplice tavolo. Fortemente voluta dal neosoprintendente Vittorio Sgarbi, fino al 3 aprile sarà possibile ammirare l’esposizione di due ritratti femminili provenienti da epoche e stili completamente diversi.

Da un lato, la Santa Maria Maddalena di Giorgione, una tempera ad olio su tavola del 1496 circa, dall’altro una maiolica di Giò Ponti, il busto di donna, manifattura Richard Ginori del 1923. Entrambe si presentano assorte nei loro pensieri, col capo reclinato, quasi a sfuggire lo sguardo del visitatore ma consce della sua presenza e certe di non sfigurare, contando l’una sull’appoggio dell’altra. La prima, emblema della prostituta, sebbene pentita, tiene in mano una vaso di unguenti per carezzare il corpo di Cristo, ma lo osserva con sguardo inquieto quasi fosse l’urna cineraria dell’amato.Il tutto inserito in una cornice perfettamente tagliata sulla sua figura, con alle spalle un cielo illimitato “a strati densi e pur tenui, dal bigio al viola all’ocra leggero”.

L’opera, che ebbe l’attribuzione definitiva al pittore di Castelfranco nel 1995, ritorna a Venezia dopo cinquantasei anni, già esposta, nel 1955, a Palazzo Ducale, in occasione della mostra Giorgione e i giorgioneschi curata da Pietro Zampetti. “Verremo indagati per aver aperto le porte della Ca’ d’Oro a questa donna di facili costumi, benché pentita?” si chiede il Soprintendente ai Musei e alle Gallerie Statali di Venezia Vittorio Sgarbi.La sua occasionale compagna di avventura, invece, faceva parte di una serie di opere denominata dall’autore, Le mie donne, esibite alla Biennale di Arti Decorative di Monza del 1923.

È una terraglia a gran fuoco modellata dallo scultore Gigi Supino. Ponti, oltre al disegno, se ne riservò personalmente personalmente la decorazione, il trucco, il belletto e il decoro dell’abito, come a preparare un debutto nell’alta società. Elegante, ben truccata, indossa una tunica leggera con due spalline e sopra uno scialle a larghi fiorami turchini su un fondo bianco.“Dunque ora entrano alla Ca’ d’Oro due prostitute? Due donne di mondo? Vengono da scuole ed epoche lontane e alloggiano in una stessa casa, nel centro Italia. Ne ho avvertito la consonanza” continua lo studioso.

Le due opere fanno parte della stessa collezione privata e rappresentano un accostamento sicuramente ardito ma suggestivo, in grado di mettere in risalto le varie sfaccettature della personalità delle donne.